Post-produzione di un file RAW
Jan
2011
La fotografia naturalistica è piuttosto semplice: si decide cosa si vuole fotografare, si esce con l’attrezzatura, si cerca il soggetto, lo si fotografa, si torna a casa e si scaricano le foto. Questo però è solo la prima metà del lavoro.
I formati RAW e JPG
Le macchine fotografiche digitali non imprimono la luce sulla pellicola, ma su un sensore. Il sensore, attraverso il firmware della macchina, converte la luce in informazioni digitali e salva tali informazioni in un file. Il formato di questo file può variare ma solitamente se ne usano solo due: il JPG ed il RAW. Il JPG è un vero e proprio formato immagine ed ha la particolarità di essere estremamente comprimibile. Il RAW invece non è un’immagine, ma bensì un pacchetto dati contenente informazioni sui colori rosso, verde e blue (red, green, blue o RGB) e altre cose come il bilanciamento del bianco. Il file RAW si “ricorda” i valori RGB di ogni singolo pixel, i quali, per essere visualizzati sullo schermo, devono essere interpretati da un software sviluppato appositamente (un cosiddetto RAW-converter). Il nome stesso raw, che in inglese significa ‘grezzo’, indica che l’immagine non è elaborata. Il file RAW è estremamente flessibile (ma anche estremamente grande, circa 1Mb per ogni megapixel) proprio perché contiene tutte le informazioni riguardanti la luce al momento dello scatto. Il JPG invece è un file già elaborato e compresso. Attenzione però: quando il file viene compresso, molte informazioni vanno perdute in modo irreversibile! Se avete una macchina compatta non preoccupatevi, i software di queste fotocamere sono fatti per ottenere JPG di ottimo livello. Se però vi piace la fotografia digitale (e le macchina costose!) e volete avere il controllo completo sul vostro lavoro, allora non vi resta altro che scattare in RAW e comprarvi un software per lo sviluppo.
Software per lo sviluppo di file RAW
Di RAW-converter ce ne sono diversi. Innanzitutto ogni produttore ha il suo, perché lui e solo lui conosce esattamente il modo in cui le sue macchine convertono la luce che cade sul sensore in segnali RGB. Poi ci sono software-house, più o meno grandi, che sviluppano alternative interessanti. I software più famosi sono Capture One della Phase One, Aperture della Apple e l’accoppiata Photoshop-Lightroom di Adobe.
Photoshop è sicuramente il programma più complesso (e completo) sul mercato fotografico, tuttavia mal si adatta alle esigenze di un fotografo, in particolare per quello che riguarda l’organizzazione delle foto. È anche vero che PS non è stato sviluppato per questo scopo. Capture One, Aperture e LR invece sono pensati espressamente per i fotografi. Dopo un lungo periodo di indecisione tra Aperture e LR ho optato per quest’ultimo, principalmente perché il workflow meglio si adatta alle mie esigenze. Inoltre LR è meno avido di risorse e lo sviluppo portato avanti da Adobe segue le esigenze dei fotografi.
Un file raw dev’essere elaborato perché…
… non è una vera immagine e per diventare tale dev’essere interpretato (o sviluppato). Ecco un’esempio pratico. L’immagine qui sotto, scattata sull’Highland islandese, è stata importata in LR dalla memory card.
Vi posso garantite che non è affatto come l’avevo vista io nello schermo della macchina subito dopo averla scattata. Quello che avevo visto (un JPG, tra l’altro) era una bell’immagine satura e piena di contrasto. Questa è piatta e bruttina.
Come detto in precedenza solo il produttore della macchina sa esattamente come la luce viene interpretata dal sensore. Questo pone un problema non da poco: gli sviluppatori di software concorrente non saranno mai in grado di riprodurre la stessa immagine come il software del produttore stesso. Attraverso il reverse-engineering possono al massimo simularne le impostazioni. Ed è proprio per questo motivo che la mia immagine si è appiattita. LR nel momento dell’importazione applica le sue impostazioni di base, completamente diverse da quelle che avevano pensato alla Nikon.
All’inizio può essere molto spiacevole vedere le proprie immagini diventare così piatte, ma ci sono tre semplici soluzioni per ovviare all’inconveniente: si usa solo il software del produttore (nel mio caso Capture NX della Nikon), si sceglie un’altro software e si fa un preset cercando di imitare il più possibile la versione del software originale, o ci si abitua all’idea di vedersi appiattire le immagini e le si elaborano singolarmente. Io mi sono abituato. Continuiamo con l’esempio precedente.
Il mio primo aggiustamento è il bilanciamento del bianco ma dovrei scrivere un post a parte per spiegare esattamente cos’è e a cosa serve. Inoltre in quest’immagine c’era poco da correggere. Il secondo passo è ravvivare l’immagine con il ‘tono automatico’.
Il tono automatico modifica esposizione, neri, luci alte e contrasto. Insomma, le impostazioni base. In più ci aggiungo la vividezza (circa +30), uno strumento particolare che satura i colori particolarmente deboli. Sembra già molto meglio, vero? Per ottenere il ‘tono automatico’ basta schiacciare il pulsante con la dicitura ‘tono automatico’ (e chi l’avrebbe mai detto?).
Potrei fermarmi qui e tante volte lo faccio davvero. Però le immagini migliori hanno bisogno di essere sviluppate ulteriormente. Per esempio aumentando la saturazione di tutta l’immagine (+30).
Sempre meglio. Questa foto l’ho scelta perché ha una certa profondità ma soprattutto ha degli effetti luce ombra molto interessanti. C’è un raggio di sole che colpisce una zona a sinistra, mentre la parte destra è quasi completamente in ombra. E se facessi risaltare le differenze tra ombre e luci? Bell’idea, ma come si può fare? Il contrasto è un’opzione, tuttavia non otterrei l’effetto desiderato, perché andrei a modificare tutta l’immagine. Io invece voglio evidenziare delle zone ben precise. Lightroom ha uno strumento pensato per questo tipo di sviluppo: il pennello.
Per prima cosa aumento l’esposizione di alcune zone di luce, senza però esagerare altrimenti la foto sembrerà posticcia. In questo caso un +0.5 sarà sufficiente.
La procedura è simile per le zone scure, solo che qui l’esposizione viene diminuita di 0.5. Con queste semplici modifiche le montagne sembrano molto più tridimensionali. A questo punto manca solo una cosa: il cielo. Faccio esattamente la stessa cosa di prima, +0.5 sulle nuvole chiare e -0.5 su quelle scure.
Sono delle correzioni leggere ma l’occhio se ne accorge subito. Non ci credete? Ecco il prima e dopo.
In tutto ci vogliono 10-15 minuti. Non faccio così per tutte le foto, ma per le più interessanti. La maggior parte delle immagini sono pronte dopo il tono automatico e la saturazione, quindi in meno di un minuto. Un ultimo consiglio: salvate le impostazioni che usate maggiormente in un preset. Potete applicarlo direttamente durante l’importazione così da facilitare la selezione delle migliori.








RSS
Atom